Corgnati 2008

Nell’arte di ieri e di oggi, la rappresentazione del sonno è piuttosto rara ma toccante. C’è qualcosa di assolutamente intimo nell’osservare una figura addormentata, vulnerabile ma lontanissima, come sospesa in una dimensione diversa e per questo intangibile. È l’impressione che si avverte per esempio di fronte al gruppo trecentesco dei Re Magi nella chiesa di Sant’Abbondio a Como: protetti da una coperta variopinta, ad occhi chiusi ricevono il messaggio dell’angelo in piedi di fronte a loro, “non confidate in Erode”. Oppure di fronte al Costantino di Piero della Francesca, abbagliato dal sogno che gli mostra la via da seguire, mentre l’inutile guardia dagli occhi sbarrati non capisce nulla. Chi dorme è sensibile a cose sottili, che sfuggono agli svegli, troppo distratti dalla loro coscienza apparente. Danae sprofondata nel sonno (Klimt l’ha vista così) trova l’ingresso al luogo della concezione, il luogo misterioso dove la vita ha origine.
Il Novecento, il secolo della psicoanalisi, ha intarsiato il razionalismo antico e il positivismo dell’età industriale di provvide zone d’ombra: per arrivare altrove, per saperne di più; per sfiorare la parte più illesa della vita. E Manuela Carrano è partita da queste considerazioni per elaborare il suo ultimo ciclo di lavori: un libro in 12 esemplari che l’artista ha <>; un grande libro dalla pagine di stoffa; e alcuni sorprendenti “corpi su tavola”.
È il racconto di un attraversamento, un’esperienza del corpo colto nel modo infinitivo del sonno. Per aprirla e farne un oggetto estetico, l’artista ha scelto una forma narrativa in un certo senso tradizionale e molto privata come il libro; il video infatti non è per lei, troppo spettacolare, troppo “freddo” e troppo vincolante nell’impostazione delle sequenze e della temporalità. Quello che Manuela Carrano cerca è piuttosto un contatto discreto e personale, un momento di raccoglimento in cui parola, colore, immagine fotografica, intervento grafico, tutto concorra insieme alla costruzione di un senso che il “lettore” coglie a poco a poco e in termini esclusivi, come se gli fosse personalmente dedicato. Il suo è un lavoro in cui la manualità e la dimensione artigianale hanno un valore fondamentale, costituiscono la prima scelta, anzi l’unica possibile. Nel libro Via sette dormienti, un titolo ispirato da una leggenda tardo-antica (sette fedeli sfuggono alle persecuzioni di Diocleziano addormentandosi per secoli e risvegliandosi al sicuro), ogni pagina è un momento a se stante ma collegato a quanto segue e precede in base a una nitida sequenza narrativa; ogni pagina è un collage che recupera con infinita pazienza frammenti di memoria personale e tutta una sapienza femminile dei dettagli, degli intarsi, dei ricami e dei collegamenti.
Non c’è dubbio che il corpo di cui Manuela Carrano racconta sia un corpo femminile, il corpo identificato dell’artista come pretesto per il corpo di ogni donna, un corpo sempre solo e solitario nell’immagine, “fissato” in alcuni momenti chiave: per esempio il corpo materno, attraversato da un filo rosso (sangue arterioso) che collega testa a cuore, seno e braccia; e da un filo nero (sangue venoso), che risale lungo una gamba fino all’utero. Provvisto di questi circuiti vitali, tatuato con parole, intarsiato con casette e con bambini, impreziosito da perline e da bottoni, il corpo materno può procreare e nutrire. In un’altra versione più elaborata, il corpo materno contiene in se l’immagine di un altro corpo più piccolo, un incongruo rettangolo che ne interrompe le linee fluide e morbide, come il figlio della Madonna di Port Lligat di Dalì; ma, al tempo stesso, protende le piccole braccia verso due grandi mani protettive, cui è collegato mediante un complicato reticolo di fili rossi. Chi ha detto che la madre non sia più figlia ? “non ci lasceremo mai” assicura infatti una frase ricamata, dedotta da uno studio recente che dimostra come le cellule del corpo materno continuino a vivere nel corpo infantile e viceversa. Non a caso molte artiste vicine al surrealismo hanno dedicato il loro lavoro a indagare la posizione della “figlia”, della lattante, della bambina fra le braccia di una mitica madre carnale: una situazione generalmente rimossa nella storia dell’arte dove il santo bambino è certamente un bambino maschio.
Poi, il corpo amato. Quando il corpo è amato, indipendentemente da chi lo ama che non compare mai, alza gloriosamente le braccia e un unico flusso trasporta l’energia vitale dalla mani alla testa agli occhi al cuore al ventre all’utero ai piedi. Sul ventre, una mano impersonale e completamente distesa accarezza, libera e conferma. Il corpo d’amore non ha passato e non ha futuro, vive in un istante di assoluto. Ma anche l’eterno passa. L’attimo successivo coglie il corpo malato, suturato da continui punti, concluso da spille da balia perché non si disgreghi, percorso da flussi arteriosi artificiali, cateteri che ricostruiscono altrove la corrente della vita minacciata all’interno. Il corpo malato è un soggetto di indagine scientifica, non appartiene più a se stesso ma a un grande Altro che ne determina la sopravvivenza. Tuttavia, ha il capo lievemente reclinato e vulnerabile perché soffre e la sua sofferenza è un universo permeabile solo alla partecipazione amorosa o poetica, che poi sono la stessa cosa. Incontrando la malattia, Manuela Carrano non vuole vivere il dolore e si addormenta. <>, scrive su pagine di carta velina strappate, <>. Ritroviamo quindi il corpo alcune pagine più in là, capovolto, impiccato per i piedi a una piramide di fili rossi, tutto legato fino alla testa raccolta fra le braccia, avviluppata in un groviglio di fili concluso da solo, esile tramite ad un altro impersonale, piccolo e lontano, quasi sorpreso di trovarsi legato per un piede a questa grande creatura prigioniera dei propri magici legami di senso.
<>, spiega l’artista. Ma allora tutta l’operazione avrebbe potuto risolversi soltanto in qualcosa di assolutamente, di esclusivamente personale. Il corpo, dalla rappresentazione, dall’universale, ricade nel personale, nell’esperienza soggettiva, nel racconto a tema del vissuto. Invece no. Il corpo, e con lui l’intervento creativo, è suscettibile di ripensamento, anzi di ri-creazione in termini ormai autonomi. Ed è lì dove il lavoro di Manuela Carrano trova una misura di originalità e di pienezza che per una volta mi arrischio a definire eccezionale. Il corpo nel tempo: è l’ultima delle raffigurazioni del libro e la prima delle “tavole”, se così possiamo chiamare queste superfici che si propongono come quadri ma quadri non sono. Vi si incontra l’immagine fotografica (Manuela Carrano è innanzitutto fotografa) di un corpo di donna in cammino, osservato da dietro e senza testa, in modo da essere soltanto un corpo e tutti i corpi. Fra le mani l’immagine stringe una serie filamenti, di legacci sparpagliati attraverso lo spazio e che allo spazio lo collegano. Il corpo nel tempo ha una storia, è pieno di legami, esiste fra il passato e il futuro, anche se la sua meta non è chiara o addirittura vuota, inesistente, avanza nel bianco di una pagina.
Ritroviamo questa stessa immagine, questa stessa donna in cammino sempre sola nel tempo e nello spazio, trascinare i suoi fili rossi in una dimensione agitata ma non più vuota, anzi resa fluida da migliaia e migliaia di spilli conficcati nella tavola; come il pelo è profondamente inserito nel suo bulbo in fondo al derma. Questa superficie di spilli ha una straordinaria mobilità, un intenso dinamismo e reagisce a ogni minimo cambiamento della luce, catturando e riflettendo. È morbida come una pelliccia, seducente come un velluto, conturbante come una pelle viva, pericolosa come una tagliola.
Sangue e amore, tempo e tempo e pazienza e accanimento certosino e tutto l’infinito tempo delle donne (una frase che ha ispirato una delle più belle opere di un’altra artista italiana, Dadamaino) e una maniera assolutamente originale di corteggiare la pittura senza realizzarla direttamente, hanno ispirato questo lavoro così laterale e così centrato, così obliquo rispetto ai linguaggi e così capace di colpire direttamente al cuore la sensibilità contemporanea. Il corpo nel tempo, così come il corpo dimenticato, invecchiato e confinato nell’invisibilità sociale, si muove in mezzo ai flussi, si muove nel divenire ma anche nella materialità di una superficie che è in se stessa corpo. Poi arriva il corpo perfetto che, in quanto tale, è ancora fuori dal tempo, è un’immagine ed è una citazione dalla splendida Venere di Cranach che Manuela Carrano adora. La sua silhuette si delinea inconfondibile in negativo sul pieno degli spilli in vorticosa animazione, unica oasi di calma classica in uno stato di tensione vorticosa, di materialità pienamente contemporanea. Manuela Carrano, di fronte all’idea di perfezione, ricorre all’arte antica, alla pienezza consacrata e, per quanto possibile, obbiettiva, del bello. Variando semplicemente l’inclinazione degli spilli acquisisce consistenza o rarefazione, trasparenza o pienezza. Nella sua tecnica riaffiora un’esigenza di lentezza, di costruzione materiale dell’immagine in cui s’incarna la speciale valenza poetica di questo lavoro in qualche misura sempre riservato, sempre “privato”.
Insomma: Manuela Carrano ha costruito una collezione di avvenimenti significativi e per collegarli si è dedicata a scrivere, fotografare, assemblare, incollare, comporre. L’incontro col dolore e con la malattia l’ha portata a utilizzare il sonno come strategia, come strumento per non sentire, non partecipare, spostare, eludere il confronto. Attingendo alla propria storia per toccare la carne viva di una condizione che si può dire universale, oltre la cronaca, sono emerse due condizioni fondamentali, che combinate insieme hanno dato vita a questo speciale e affascinante discorso: appunto il sonno e il corpo, oggetto quest’ultimo, di riflessioni e progetti creativi ininterrotti almeno dagli anni Settanta ad oggi, terreno di scontro, oggetto di desiderio, soggetto d’analisi, strumento di azioni e performance soprattutto, e non per caso, femminili.
Il lavoro di Manuela Carrano non prescinde ma non subisce questa lunga sequenza di antefatti: cerca, e trova, uno stato di sospensione e di lungimiranza quasi visionaria. Ma l’arte, diceva Klee, è appunto quel che rende visibile.
Martina Corgnati