Corgnati 2005

Corpi: perfetti, liberi, amati, materni, malati. Corpi intrisi di memorie, di culture, di valori, di linguaggi. Corpi che soffrono, sentono, godono, sanno. Corpi pieni di silenzio o di rumore, di esperienza e di mancanze. Da tempo Manuela Carrano dedica tutta la sua attenzione e la sua ricerca al corpo, in cui non a caso, va individuato uno dei temi privilegiati, quasi ossessivi, della creatività artistica al femminile dagli anni Sessanta in poi, cioè da quando le artiste hanno incominciato a dedicarsi con più continuità e più coraggio a sé stesse e alla propria specifica posizione nel mondo. Per Manuela Carrano però, la ragione prima e fondamentale di questa scelta tematica non è ideologica (che risulterebbe quantomeno in ritardo o, per meglio dire, fuori tempo massimo) ma piuttosto il bisogno di aderire alla propria esistenza e di sostanziare il proprio lavoro con la densità del vissuto. <>, testimonia infatti l’artista. Il lavoro, dunque, nasce per rendere visibile, come diceva Klee, nasce per collegare, legare insieme sensibilità, sguardi, persone; l’altro è continuamente presente come referente necessario di un progetto creativo paziente, per certi versi maniacale, connotato dal fatto di piantare spilli in superfici dure, spilli che delineano forme, creano spazi, volumi, oggetti. Spilli differentemente inclinati da una zona all’altra del quadro, cangianti alla luce, spilli che sapientemente simulano la morbidezza del velluto o la tranlucenza della seta, eppure spilli restano: duri, pungenti, appuntiti. Manuela Carrano afferma di aver scelto gli spilli, fra tutte le tecniche e i materiali possibili, in quanto <>. Per questo, secondo l’artista essi <>.
Provvisorietà, quindi, che la Carrano si sforza di trasformare in permanenza attraverso una tecnica, come si è detto, certosina, anzi ossessiva. Il risultato finale è una specie di tappeto di capocchie in cui non è possibile togliere o aggiungere assolutamente nulla, un tappeto perfetto, che descrive, come dicevo, forme o delinea corpi. Fino a qualche tempo fa fra questi corpi emergevano alcune celebrità, come la Venere di Cranach o quella stupenda di Giorgione, alcuni “antichi maestri” in cui è lecito riconoscere un thesaurus di memoria da salvaguardare e da rivisitare con l’occhio e i linguaggi dell’attualità. Corpi perfetti, li chiamava Manuela Carrano, proprio perché in essi non è lecito rinvenire alcun divenire, alcuna realtà. Il corpo perfetto, in questa fase, è il corpo idealizzato, è l’idea stessa di bellezza al di là o al di sopra delle contingenze concrete della vita. Ma c’è un altro possibile “corpo perfetto”, di cui l’artista si è occupata negli ultimi tempi, è il corpo della moda, del fashion, il corpo capriccioso e torturato delle modelle e delle interpreti/vittime del gusto del momento. Manuela Carrano ha sempre fatto delle fotografie, anzi ad un certo punto, la sua ricerca artistica passava soprattutto attraverso il medium fotografico. E oggi la fotografia riprende quota nelle sue immagini, riacquista un’evidenza quasi provocatoria, isolando dettagli, appunto corpi o parti del corpo, e immergendoli nel tessuto di spilli che li circonda come un’incastonatura febbrile e perversa. Glamour, in un certo senso, queste opere (penso in particolare ai recenti trittici) che oppongono dettagli quasi sgradevoli, di acuta nitidezza, per esempio dei piedi gonfi o un corpo vecchio, occluso e immobilizzato in uno spazio claustrofobico, una specie di gabbia, a particolari o forme intarsiate di spilli. Non c’è più bisogno di sapere “chi”, “cosa”, da quali fonti sia estrapolato o quali riferimenti l’immagine abbia, perché l’esperienza che comunica è largamente condivisa e l’impatto diretto ed aggressivo. Qualche volta, è vero, riferimenti ce ne sono ancora, come accade negli elementi che compongono il trittico Precario (particolare anche nell’utilizzo dichiarato del disegno), la sottoveste appesa su una poltroncina antropomorfa nel vuoto della stanza, molto magrittiana, il nudo sdraiato su un tavolo da cucina in compagnia di un bel coltello, pronto all’uso, che evoca situazioni alla Giacometti o alla Spazzapan (penso specialmente a Donna sgozzata, simile anche per le chiome lunghissime e fluenti). Ma forse tutto questo non è nemmeno così importante, quel che conta è il ripresentarsi del femminile come “fatto”, condizione, iconografia, disagio e, perché no, autobiografia, che continua ad attirare da anni l’interesse di Manuela Carrano. <>, scrive, <>.
Non è un caso nemmeno, naturalmente, che la tecnica scelta dall’artista sia tradizionalmente e squisitamente femminile, ricamo, cucito, confezione, imbastitura. Ma cosa confeziona Manuela, oltre a quadri inquietanti, pericolosi (maneggiandoli è facilissimo pungersi), morbidissimi all’apparenza ? confeziona libri di tessuto e grandi corpi su tela, di grandezza maggiore del naturale. Il suo primo libro veramente, Via dei sette dormienti, non era di tessuto ma regolarmente di carta. Dato che si trattava di un racconto, in fondo, di una cronaca narrata, ogni pagina funzionava come un momento a se stante ma era collegata a quanto seguiva e precedeva in base a una nitida sequenza narrativa; ogni pagina era un collage che recupera con infinita pazienza frammenti di memoria personale e tutta una sapienza femminile dei dettagli, degli intarsi, dei ricami e dei collegamenti. Nel frattempo però nascevano i grandi libri dalle pagine di morbida stoffa, libri scritti ma soprattutto cuciti, ricamati, lavorati ad appliqué. Manuela Carrano ama il ritmo che il libro consente, contrariamente all’immagine singola. Un ritmo narrativo, una temporalità dilatata e in un certo senso rallentata. Costruisce volentieri sequenze, descrizioni. Fra le pagine s’incontrano zone a tensione più alta, dove l’immagine acquista una centralità assoluta, si impone all’attenzione e alla spazialità; altrove invece la consistenza iconica si slabbra in connessioni e argomenti di passaggio, che l’artista ricuce un filo dopo l’altro, lasciando lunghe code o lunghi strascichi filamentosi che ricordano lo stratagemma di Arianna, sono l’esca visiva a cui lo sguardo si aggrappa, il modo per ritrovarsi, per ripercorrere a ritroso l’esperienza vissuta alla ricerca del senso.
Nel libro le cose della vita si riflettono una nell’altra e l’una all’altra rimandano; il corpo, per esempio, è amato e dell’amore si gloria e quasi si colora, in un gesto felice e leggero. Poi, sfogliando le pagine, il corpo è libero, gratificato dal pieno possesso di se stesso e dalla propria relazione naturale con l’aria e con la propria vitalità; in un’altra fase, il corpo materno contiene, protegge e accudisce, il corpo conserva la memoria di sé, la metabolizza e la trasforma in nuovi corpi e nuova vita. Manuela Carrano sceglie accuratamente tutti i suoi dettagli, intarsia le proprie immagini di significanti, di cose attraversate e intimamente conosciute. Da ultimo, lo si accennava, la sua riflessione si appunta in particolare sulla perfezione richiesta alla donna, o meglio all’universo femminile: il corpo perfetto non è più un’immagine atemporale di bellezza, un’icona idealizzata ma ha una connotazione commerciale e un’apparenza, in fondo, meccanica. <> scrive l’artista sulla grande pagina di un suo libro fra gli ultimi, <>. E non può averne infatti, senza rinunciare alla sua stessa natura, alla sua caratteristica fondamentale, quella cioè di essere completo in sé stesso, macchina celibe senza orifizi e senza mancanze. Non a caso, per descriverlo oggi, più cinicamente che in passato, l’artista si serve della testa di una bambola di plastica, sul tipo di quelle Barbie che hanno conquistato generazioni di ragazzine da quarant’anni a questa parte, per la delizia dell’azienda produttrice. Il corpo perfetto, infatti, non può che essere di plastica mentre l’artista, e tutto il suo lavoro, non lo sono, anzi agiscono in senso opposto: il ricamo, in particolare, si pone proprio come metafora del legame (e dell’imperfezione; del conseguente rischio) che l’affettività implica. Manuela Carrano, in un certo senso, presenta un’ipotesi di interconnessione fra le parti, la sua è una possibile via che conduce al legame con l’altro e con gli altri dentro noi stessi. Un viaggio. Il Viaggio, infatti, è anche il titolo di una fra le ultime serie di lavori, originali per le piccole dimensioni e la presenza anomala del paesaggio. Ma, come l’artista avverte, non si tratta di un viaggio esteriore, di uno spostamento da un luogo all’altro, che lascia sostanzialmente il tempo che trova, si tratta di un’immersione, uno sprofondamento dentro se stessi, alla scoperta di ciò che c’era già ma era stato dimenticato, rimosso o incompreso. Secondo Manuela, il veicolo migliore per compiere questo tipo di viaggio è il sonno, l’abbandono assoluto, grazie a cui il contenuto emerge alla luce dei sogni. <>.
Il lavoro di Manuela Carrano mette in scena la precarietà e la gloria dell’esistere, colte nella loro continua compresenza, come aspetti complementari della condizione umana. Profondamente, esplicitamente femminile nel linguaggio e nel punto di vista, attuale ma ben consapevole del passato, del valore della memoria; tessuto connettivo sul quale ogni nuovo attimo intreccia le sue trame e appone il suo segno.
Martina Corgnati